Nel mercato del vino, dove la differenziazione a scaffale è sempre più complessa e i cicli di redesign si accorciano, la domanda su cosa renda un’etichetta efficace torna con insistenza. Cantina Mezzacorona e All4Labels l’hanno affrontata sul palco del Future Stage di Packaging Première Milan 2026 senza cercare una risposta tecnica: il punto è più a monte.
La domanda di partenza è perentoria: il design è un gesto estetico o una scelta strategica? Barbara Darra, Global Marketing Manager di Cantina Mezzacorona, non ha dubbi: le due cose non sono alternative. Un’etichetta bella ma sganciata dal DNA del brand è un progetto che “nasce zoppo”. La strategia inizia dalla narrazione – territorio, storia, valori – e il design deve essere il suo traduttore visivo, non il suo ornamento. Nel caso della linea Fili, sviluppata su vitigni storici del Trentino, questo ha significato lavorare sulla biodiversità alpina come sistema di segni coerente: ogni elemento grafico – il cervo, l’aquila, i riferimenti alla ruralità di montagna – risponde a una logica, non a un gusto.
Roberta Moschella, Social Media Specialist & Event Specialist di All4Labels, ha ridefinito il ruolo del converter in termini che vanno oltre la stampa: non esecutore a valle del processo creativo, ma interlocutore culturale e tecnico fin dalla fase zero. “Dobbiamo mediare tra la libertà creativa del designer, le esigenze economiche dell’ufficio acquisti e la visione del brand”, ha detto. Una posizione scomoda, ma necessaria. Il converter che entra nel progetto tardi può al massimo ottimizzare; quello che entra all’inizio può cambiarne la direzione – e spesso lo fa, segnalando vincoli di fattibilità che a monte nessuno aveva considerato. All4Labels ha portato sul palco anche il caso Motherland, il proprio showcase per il settore wine & spirits: un progetto in cui il punto di partenza non era la resa estetica, ma una domanda – come si traduce visivamente l’identità di un vino? – e la risposta è arrivata attraverso un sistema di segni con significato, non attraverso una scelta decorativa.
Ciò che accomuna tutti i progetti raccontati sul palco è una condizione precisa: brand, designer e converter devono lavorare insieme dall’inizio, non in sequenza. “È un gioco a tre”, ha sintetizzato Darra. Ma è anche – lo ha confermato il moderatore Stefano Torregrossa, Creative Director di O,nice! Studio – una questione di confidenza: il designer deve fare propri valori e linguaggio di un brand che non gli appartiene; il brand deve saper leggere e accogliere una visione esterna; il converter deve sapere quando fare consulenza e quando farsi da parte. Nessuno sa tutto, ma il dialogo di fondo non può mancare. Quando manca, il prodotto finito lo mostra.
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