Inclusive by design: perché un packaging per tutti nasce dal brief, non da una soluzione correttiva

A Packaging Première Milano 2026, Juan Campderà – General Manager di Aktiva | Creative Design Agency – ha proposto una riflessione che considera l’inclusività una vera e propria disciplina del design, piuttosto che un semplice gesto sociale. Il suo messaggio centrale: il design inclusivo non limita la creatività, ma la amplia, e il mercato sembra confermarlo: il 47% dei consumatori attribuisce oggi valore a certificazioni facili da comprendere, mentre il 25% dei consumatori più giovani afferma di sentirsi escluso da una pubblicità che continua a rivolgersi a un unico consumatore “medio”.

La diversità non è una nicchia, riguarda tutti

Il primo passo di Campderà è stato superare l’interpretazione comune della “diversità” come semplice categoria demografica. Secondo Campderà, il design inclusivo non significa progettare per le persone con disabilità, né per specifici generi o etnie: significa progettare per il corpo che, prima o poi, tutti abitiamo. Siamo stati tutti bambini, tutti invecchiamo e tutti possiamo subire un infortunio o una malattia: ognuna di queste condizioni modifica il nostro modo di interagire fisicamente con il packaging. Considerare l’accessibilità come un segmento di nicchia significa quindi perdere di vista il punto: la standardizzazione risponde alle esigenze operative, non a quelle dei clienti, e la vecchia abitudine del settore di progettare per un unico utente “ideale” è sempre più distante da un mercato che si aspetta di essere compreso nella propria individualità.

La forma segue la funzione – e la funzione vende

Il filo conduttore più concreto dell’intervento ha riguardato la forma come principale strumento di inclusività. Il deodorante Rexona, progettato per essere appeso e facile da avvolgere, il vasetto di Olay ridisegnato con indicazioni in Braille e impugnature a forma di ali, le confezioni di Herbal Essences con Braille stampato e gli strumenti ergonomici per spatole pensati per persone con mobilità ridotta sono tutti esempi in cui è la forma fisica dell’oggetto – non un disclaimer o una funzionalità aggiuntiva – a rendere il prodotto accessibile. Campderà ha sottolineato chiaramente che queste soluzioni non compromettono l’estetica: flaconi di profumo progettati per adattarsi alla mano, chiusure magnetiche al posto di tappi difficili da maneggiare e forme arrotondate e facili da impugnare dimostrano come intelligenza ergonomica e posizionamento premium possano convivere. Molti di questi prodotti, ha osservato, sono diventati distintivi dal punto di vista visivo e hanno avuto successo anche commerciale proprio perché la loro forma risolveva un problema fisico reale.

Inserirlo nel brief, non correggerlo a posteriori

La conclusione dell’intervento è stata strategica: l’accessibilità deve entrare nel processo già a partire dal brief, non essere aggiunta successivamente, quando il prodotto è già stato realizzato. I brand che hanno iniziato da una base di utenti diversificata – come Guide Beauty, progettato per persone con tremori o una ridotta forza nella presa, o Fenty, con la sua gamma di cinquanta tonalità – hanno creato una vera differenziazione sul mercato e un legame emotivo più forte con i consumatori. Al contrario, Campderà ha citato il caso di un brand Gen Z che ha gestito in modo poco efficace la propria gamma di tonalità, attirando pubblicamente delle critiche: un promemoria del fatto che un’inclusività affrontata con superficialità può ritorcersi contro il brand tanto quanto può portare al successo quando viene sviluppata nel modo giusto. La frase conclusiva ha riassunto perfettamente il suo messaggio: progettare per un target ampio significa ancora progettare per pochi; la vera opportunità è progettare per tutti.

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