Genevitis di Mack & Schühle sfida il packaging del vino: un progetto di filiera che parte dal territorio

Nel mercato del vino, il redesign di un’etichetta è spesso una decisione interna al brand: brief, agenzia, output. Il progetto Genevitis di Mack & Schühle Italia funziona in modo diverso – e la differenza non è estetica, ma strutturale. Presentato a Packaging Première Milan 2026 da Gianluca Digrisolo, Senior Marketing Manager dell’azienda, e dalla Wine Designer Federica Cecchi, il caso ha offerto un punto di vista concreto su cosa significhi costruire un sistema di packaging identitario su scala nazionale, coinvolgendo sei regioni, sei cantine, sei designer locali e altrettanti partner tecnici.

Una filiera creativa, non solo enologica

La premessa di Genevitis è che nessuno conosce un territorio meglio di chi ci vive. Da questa convinzione nasce la scelta di affidarsi a designer locali per ciascuna delle sei regioni coinvolte nel progetto – Lazio, Puglia, Abruzzo, Campania, Sardegna e Piemonte – invece di centralizzare il lavoro creativo. Non è solo una scelta narrativa: è un modello organizzativo che ha implicazioni concrete sulla complessità del processo. Sei designer, sei cantine, sei partner tecnici per le componenti del packaging, un brand ambassador condiviso. Mack & Schühle ha agito da collante tra tutti questi attori, con un ruolo che Digrisolo ha definito di “custodia del progetto”: non committente che detta, ma coordinatore che porta a terra una visione condivisa.

Il processo: anni, non settimane

Uno degli elementi più significativi emersi nel talk è la trasparenza sui tempi. Digrisolo ha detto esplicitamente che il progetto, dall’ideazione ai primi lanci, ha richiesto anni – e che questo raramente è visibile dall’esterno, all’occhio del consumatore finale. Prima dell’avvio creativo, ci sono stati mesi di analisi di mercato per identificare le referenze più rappresentative di ogni territorio, sia in termini di trend che di riconoscibilità. Solo dopo quella fase è partita la selezione dei designer e il lavoro di concept. Il caso Lazio ha visto in questo senso un allineamento particolarmente riuscito: il concept sviluppato da Cecchi ha trovato rapidamente una direzione condivisa, accorciando i tempi della fase creativa.

Dal territorio all’etichetta: il metodo di Federica Cecchi

Per il progetto Lazio, in collaborazione con la cooperativa Gotto d’Oro, Cecchi ha scelto come punto di partenza il Mitreo dei Castelli Romani – un sito del II secolo d.C. ricco di affreschi. La sfida, ha spiegato, non era illustrare il patrimonio storico ma evitare il “museale”: un packaging destinato anche alla GDO deve colpire in pochi secondi, pur con una profondità alle spalle. Il metodo adottato è stato la sottrazione: l’affresco è stato scomposto in elementi visivi autonomi – tessere di un mosaico – ognuno portatore di un frammento di identità. Il logo è una stella estratta dal mantello del dio Mitra, reinterpretata in chiave contemporanea. Il font scelto è il Trajan, che richiama la Colonna Traiana. I colori derivano direttamente dai dettagli cromatici dell’affresco e sono stati associati alle tre referenze – un Frascati DOC, un Roma Rosso DOC e un Roma DOC. Le etichette riportano rilievi e texture che richiamano la tecnica del mosaico, realizzate con partner tecnici selezionati per la compatibilità con i criteri di sostenibilità del progetto. Questo parametro ha guidato anche la scelta di bottiglie più leggere, incompatibili con l’obiettivo di riduzione delle emissioni che Mack & Schühle si era data.

Condividi l'articolo

Facebook
LinkedIn

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit

Le ultime news da Packaging Première