In un supermercato, davanti a quattro bottiglie di vino mai assaggiate, i consumatori sono in grado di indicare quella percepita come più costosa ancora prima di leggere l’etichetta. Il meccanismo, secondo chi progetta caratteri tipografici per mestiere, raramente dipende dal colore o dalla forma del packaging: dipende dal font. È quanto emerso a Packaging Première Milan 2026 durante l’intervento di Cosimo Lorenzo Pancini, Founder & Creative Director di Zetafonts Type Foundry, che ha portato sul palco un tema ancora poco discusso nel settore: la tipografia come leva diretta sul valore percepito di un prodotto.
Il punto centrale è semplice: prima ancora che un testo venga letto, il carattere con cui è scritto comunica già qualcosa. Caratteri eleganti e sofisticati spostano la percezione di un prodotto verso il lusso; caratteri tecnici o impersonali la spostano verso il convenzionale. È un fenomeno che la ricercatrice britannica Sarah Hyndman ha definito “sinestesia tipografica” – la capacità delle lettere di evocare suoni, pesi, velocità, persino consistenze tattili, semplicemente attraverso la loro forma. Per il packaging, questo significa che la scelta del font non è una variabile estetica accessoria, ma una decisione di posizionamento di mercato a tutti gli effetti, comparabile alla scelta del materiale o del colore.
La percezione, però, non è mai neutra: dipende dai riferimenti visivi accumulati da chi guarda. Pancini ha fatto l’esempio di due caratteri molto diversi tra loro: uno che richiama forme associate a un immaginario popolare e informale – lo stesso registro del Cooper Black, storicamente legato alla comunicazione fast food e alla pubblicità commerciale anni Settanta – e uno più elegante e ricercato, creato per evocare un’idea di cucina raffinata. È proprio su questo secondo registro che Zetafonts ha costruito l’identità tipografica per Artusi, pensata per trasmettere tradizione gastronomica italiana e competenza. Lo stesso principio è stato applicato in chiave opposta per una linea di marmellate posizionata nella fascia alta del mercato: la scelta di un carattere Art Déco, con richiami agli anni Trenta, ha permesso di comunicare esclusività ancora prima che il consumatore leggesse l’etichetta. In ogni caso, il font non si limita a “vestire” il prodotto: ne definisce la promessa prima ancora che il contenuto venga letto.
Se il packaging fisico – materiali, forme, sostenibilità – è ormai un terreno di investimento consolidato per i brand, la progettazione tipografica resta spesso un passaggio affidato a librerie di font generici. Eppure, secondo l’esperienza raccontata sul palco, è proprio nei mercati più affollati e meno differenziabili sul piano del prodotto – vino, caffè, prodotti da forno, bevande – che la tipografia può diventare un vantaggio competitivo concreto: un modo per costruire identità riconoscibile senza necessariamente intervenire su materiali o struttura del packaging. In un settore dove la sostenibilità ha già imposto ai brand di ripensare ogni dettaglio produttivo, la tipografia rimane probabilmente la variabile più economica – e più sottoutilizzata – per intervenire sul valore percepito di un prodotto.
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