Mario Di Paolo, founder di Spazio Di Paolo, e Luca Fois, docente al Politecnico di Milano, hanno portato sul palco di Packaging Première un dialogo tra amici, “in famiglia”, davanti a una platea che quella famiglia la compone ogni giorno: progettisti, produttori, brand, fornitori. Una comunità del packaging che si ritrova per ragionare ad alta voce su ciò che davvero tiene insieme il settore. Cosa significa l’originalità? Ma soprattutto, come si costruisce e perché è così difficile da difendere.
Il punto di partenza del dialogo è stato quasi provocatorio: Di Paolo non si alza la mattina chiedendosi come essere originale. L’originalità, ha spiegato Fois, è un risultato – il frutto di un metodo fatto di ricerca, sperimentazione e tensione verso qualcosa che resta sempre un passo più avanti. Come il gol per Sacchi non era l’obiettivo ma la conseguenza di una squadra che lavora bene, l’originalità in un progetto nasce quando il processo è stato onesto fino in fondo. Non una scelta stilistica, ma una necessità che affiora. E la perfezione, ha aggiunto Di Paolo, non va raggiunta: va inseguita. Il giorno in cui la tocchi, finisce lo spazio per cercare.
La vera antitesi dell’originalità non è la bruttezza: è l’irriconoscibilità. L’industria tende per natura alla scalabilità, e la scalabilità tende alla replica. Il risultato è una filiera che produce correttamente ma senza identità – un problema che Di Paolo osserva ogni anno da direttore artistico del Vinitaly Design Award: progetti formalmente ineccepibili, ma privi di anima. La risposta non è uscire dal perimetro industriale, ma saperlo abitare in modo diverso, con metodo e con coraggio. Cambiare punto di vista, ha detto, è spesso lo strumento più potente a disposizione.
La parte più generosa del dialogo ha riguardato la trasmissione. Di Paolo sta costruendo un’Academy per rispondere a una domanda che sente urgente: come si insegna un metodo, non uno stile? Il rischio che teme non è la concorrenza, ma la copia inconsapevole – chi guarda il risultato senza capire il percorso. Fois lo ha definito “maieutico”: qualcuno che aiuta a far emergere l’identità degli altri, non a imporre la propria. Ed è forse questa la forma più alta di appartenenza a una comunità professionale – non custodire ciò che si sa, ma metterlo in circolo.
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