Biomateriali da scarti agricoli, micelio coltivato in stampo, polimeri bio-based da bucce di arancia, carta senza legno, piattaforme AI per la carbon footprint in tempo reale, consulenza ESG su misura per le PMI: grazie alla Discovery Zone di Packaging Première Milan 2026 – area dedicata alle start-up, il futuro del packaging era sul palco, raccontato da chi lo sta costruendo. Startup innovative che hanno scelto questo contesto non per presentare un prodotto finito, ma per aprire un dialogo con una filiera che ha bisogno di capire quali siano le domande giuste, prima ancora che di risposte. Un giro d’orizzonte su materiali bio-based e strumenti di misurazione ESG, con un denominatore comune: la sostenibilità come metodo.
Due tecnologie diverse, una direzione comune: eliminare la plastica monouso dai materiali di imballo sostituendola con materia organica performante. Alter Eco Pulp lavora sul fiber molding cellulosico – un processo di termoformatura che trasforma fibre di piante annuali (bambù, canna da zucchero, paglia del grano) in contenitori rigidi, plastic free e già dotati di barriera all’acqua e ai grassi. La barriera all’ossigeno è ancora un cantiere aperto, risolta per ora con laminature in bioplastica compatibili con la compostabilità del prodotto. Smush Materials opera dove lo stampaggio non arriva: nei materiali di riempimento e protezione, storicamente dominati da polistirolo e polietilene espanso. La tecnologia è quella del micelio – funghi che crescono su sottoprodotti agricoli come la lolla di riso, fungendo da collante naturale senza additivi chimici. Il risultato è un materiale compostabile al 100%, con performance meccaniche modulabili in base alla lunghezza delle fibre, che si degrada in quaranta giorni a fine vita pur restando stabile sullo scaffale per decenni. Il punto su cui entrambi i relatori hanno insistito è che la sostenibilità è il plus, non il prodotto: ciò che vendono sono performance e costi competitivi con le alternative plastiche, in casi d’uso dove queste alternative oggi non esistono.
La domanda al centro del talk era semplice e scomoda: a cosa servono i dati ESG se non si sa cosa farsene? Giovanni Fracasso, CEO & Founder di Overlab, ha presentato Greenverse, una piattaforma che lavora con sensori installati in fabbrica e calcola la carbon footprint per ogni lotto di produzione in tempo reale, generando in modo semi-automatico strategie di decarbonizzazione. La tesi è che produrre con un’impronta carbonica più bassa non costi di più, ma faccia risparmiare – e che il vantaggio competitivo difendibile non stia nella materia prima, uguale per tutti, ma nel processo produttivo. Ania Puntari, Founder & Managing Partner di Liito, ha portato il punto di vista opposto e complementare: prima di raccogliere dati, bisogna decidere quali dati servono davvero. La sostenibilità si spalma su tutte le funzioni aziendali, dal legal agli acquisti all’HR, e non può essere delegata a un singolo Sustainability manager. Le aziende non sono abituate a frequentare unità di misura come le tonnellate di CO₂: serve tempo e accompagnamento per far sì che un dato diventi una decisione. Con una nota di mercato non trascurabile: Intesa Sanpaolo ha annunciato che il 30% dei propri 112 miliardi di crediti futuri sarà riservato ad aziende certificate ESG. Chi rimane fuori dal circuito della misurazione, ha detto Fracasso, rischia di rimanere fuori anche da quello del credito.
Tre startup, tre approcci alla stessa sfida: costruire materiali bio-based che siano esteticamente rilevanti, tecnicamente performanti e scalabili industrialmente. Krillmat utilizza scarti dell’agroalimentare – bucce di agrumi, gusci di nocciola, fondi di caffè, vinacce – per produrre polimeri bio-based iniettabili con i processi standard della plastica, quindi scalabili senza reinventare le linee produttive. The new materialist parte dal brief di marca e cerca il biomateriale più adatto, costruendo un sistema in cui l’estetica non è decorazione ma condizione di adozione: un materiale che colpisce visivamente genera la volontà interna di portarlo avanti, e quella volontà è ciò che permette al progetto di sopravvivere alle complessità di scala. c usa il micelio Ganoderma per far crescere imballaggi protettivi direttamente dentro uno stampo in una settimana, ottenendo un materiale compostabile con carbon footprint negativa, se si considera il carbonio biogenico. Tre strade virtuose, che si devono misurare con il del fine vita: Krillmat punta sulla riciclabilità nel flusso plastico, già possibile tecnicamente, ma non ancora infrastrutturata; The new materialist lavora sulla conformità al PPWR per la carta; L-ife è certificata compostabile. Tutti e tre hanno riconosciuto che il PPWR, nella sua formulazione attuale, penalizza i biomateriali innovativi rispetto alle plastiche tradizionali riciclate – una tensione normativa ancora aperta.
Se le altre conferenze parlavano di alternative alla plastica, questa ha spostato il confronto su un materiale già considerato sostenibile per definizione: la carta. Paperwise e ReVita producono entrambe carta e cartone partendo da scarti e sottoprodotti agroindustriali – mais, canna da zucchero, riso, crusca, residui della birrificazione – invece che dal legno. Matilde Mendonça, ESG & Growth Manager di Paperwise, ha citato dati LCA che collocano il prodotto quasi 50% meno impattante della carta da legno vergine e 29% meno impattante della carta riciclata, con tracciabilità su un raggio di 50 chilometri dagli stabilimenti. Greta Colombo Dugoni, CEO & Co-founder di ReVita, ha rivendicato una riduzione fino al 95% di energia e acqua consumate e al 70% delle emissioni di CO₂ legate alla filiera corta, grazie a un processo proprietario che integra le fibre direttamente nelle cartiere esistenti senza richiedere nuove linee produttive. Sul prezzo, le due aziende divergono per scelta: ReVita accetta di non usare il 100% di fibra agricola per restare competitiva; Paperwise mantiene il 100% di scarto agricolo e una premiumiizzazione del 5-10% rispetto alla carta tradizionale, rifiutando il compromesso sul contenuto. Entrambe hanno confermato piena riciclabilità – fino a sette cicli, in linea con la carta da legno – e piena compatibilità con il PPWR, senza modifiche necessarie all’entrata in vigore del regolamento.
Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit