La responsabilità del designer: come cambiare il gioco e le parole per raccontarlo

A Bologna Live Design, il fuori salone di Cersaie dedicato al design, Packaging Première Milan ha partecipato con il talk “La permanenza della forma – Contro l’obsolescenza visiva di oggetti e identità”, ribaltando la domanda che di solito si fa sull’obsolescenza. Non sono gli oggetti a invecchiare, ha detto Mario Trimarchi – architetto, designer e professore – nel suo keynote di apertura: “siamo noi obsolescenti, non le cose”. Da questa inversione di prospettiva, Trimarchi, Federica Cecchi e – in video – Luca Fois hanno costruito un ragionamento comune attorno a un’unica idea: il senso della progettazione conta più della funzione, e solo quel senso permette a un oggetto di attraversare il tempo.

Trimarchi: la funzione è morta, resta il significato

Per Trimarchi “la funzione è morta. Nessuno di noi compra un oggetto perché funziona bene, è normale che gli oggetti funzionino”. Quello che resta, girando intorno ai dettagli di un oggetto, è la sua capacità di “generare dei comportamenti, dei pensieri, delle riflessioni”: il vero lavoro del designer è costruire relazione e significato. Lo dimostra, tra gli altri esempi, con la progettazione di una brocca intenzionalmente complessa da usare, pensata per rallentare il gesto di versare l’acqua e restituire attenzione a un’azione quotidiana. La complessità dell’esecuzione restituisce dignità alla banalità del gesto e ci permette di dare un peso mentale non solo all’azione che stiamo compiendo, ma anche all’oggetto che stiamo utilizzando.

Brocca Ichendorf Rivoli_Design di Mario Trimarchi
Fois: novità non è innovazione

Luca Fois – creative advisor e professore – ha introdotto una distinzione che ha attraversato tutto il talk: la novità “nasce come novità di mercato…per far girare un sistema di prodotti e per vendere di più e ancora”, fino all’aberrazione del fine vita programmato. L’innovazione sociale è un’altra cosa: “è qualcosa di nuovo, ma che determina nuovi modelli di comportamento”, un’innovazione “non solo delle funzioni o della forma, ma proprio delle relazioni umane”. Fois ha anche ricordato che il designer non lavora mai da solo, ma dentro una filiera collettiva di competenze. E ha ridefinito la gerarchia di chi il design serve: l’utilizzatore viene prima del consumatore e la persona viene prima dell’utilizzatore – una scala che sposta il progetto dal prodotto alla persona che lo vivrà.

Cecchi: la forma come ponte emotivo

Riprendendo Fois, Federica Cecchi – architetto, wine designer e Board Advisor Associazione Nazionale Le Donne del Vino – ha dato la definizione più diretta del tema del talk: “l’obsolescenza del design si verifica quando non solo l’oggetto smette di funzionare, ma quando perde il suo senso”. Da qui la responsabilità del progettista: guardare all’interlocutore non come consumatore ma come persona, perché solo così si può progettare qualcosa che, quando la funzione non esisterà più, avrà comunque un senso – quello di aver creato una relazione. Per Cecchi la forma stessa è la confluenza del senso e dell’idea, il vero senso di connessione e di creazione di un ponte emotivo con il pubblico. Ma quella connessione regge solo se ancorata a un percorso reale: “finita la moda, l’identità si spegne”.

Senso contro consumo: i take away

Dal talk emergono, quindi, alcuni punti fermi. Primo: la durata non è una proprietà tecnica dell’oggetto, ma una conseguenza del senso che porta con sé – un oggetto smette di avere valore non quando si rompe, ma quando perde significato. Secondo: la funzione, ormai data per scontata in qualsiasi prodotto, non è più ciò che giustifica un acquisto o un progetto; a fare la differenza è la capacità di generare relazione, comportamento, riflessione. Terzo: la vera innovazione non è la novità che alimenta il ciclo di vendita, ma quella che cambia modelli di comportamento e relazioni umane – e per ottenerla bisogna progettare pensando alla persona prima che al consumatore. Quarto: sostenibilità non significa consumare meno, ma consumare meglio, scegliendo con cura ciò che si introduce nella propria vita invece di accumulare. Infine, un invito più radicale: uscire dal centro della scena, smettere di pensarsi come l’unico soggetto che conta e imparare a guardare gli oggetti con la stessa attenzione che riserviamo alle persone. È in questo spostamento di sguardo, più che in qualsiasi materiale o tecnologia, che si gioca la vera permanenza della forma.

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